Patrimonio — 10 settembre 2013

 

 

Si torna a parlare di federalismo demaniale. Dopo quasi tre anni di blocco dal D.lgs. 85/2010, con l’articolo 56-bis del Decreto del Fare (D.L. n.69/2013), convertito in legge con modificazioni dalla Legge 9 agosto 2013 n. 98, si riaprono le procedure per il trasferimento dei beni statali agli enti locali.

Il provvedimento, presenta delle novità di estremo rilievo e di sicuro interesse per i Comuni per quanto attiene la valorizzazione del proprio patrimonio immobiliare. Infatti, dal 1 settembre al 30 novembre sarà possibile peri Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni, presentare la richiesta all’Agenzia del Demanio per ottenere il passaggio a titolo gratuito degli immobili statali dismessi.

Nell’ambito delle attività propedeutiche all’attuazione del federalismo demaniale, l’Agenzia del Demanio ha provveduto alla redazione di un elenco di beni trasferibili appartenenti alla tipologia prevista dall’articolo 5 comma 1, lettera e)e comma 4 del D.lgs. 85/2010. Sono invece ritenuti beni immobili non trasferibili, quelli correntemente in uso per comprovate ed effettive finalità istituzionali o per quelle di cui all’articolo 2, comma 222, della legge n. 191/2009; i beni per i quali siano in corso procedure volte a consentirne l’uso per le medesime finalità, nonché quelli per i quali siano in corso operazioni di valorizzazione o dismissione di beni immobili ai sensi dell’articolo 33, del decreto-legge n. 98/2011, convertito nella legge n. 111/2011.

La nuova procedura introduce un meccanismo semplice e diretto di interlocuzione tra enti territoriali ed Agenzia del Demanio, che valorizza la verifica delle effettive esigenze ovvero delle opportunità di utilizzo degli immobili.

Per presentare la richiesta, è attivo sul sito dell’Agenzia, uno specifico applicativo informativo proprio per facilitare la procedura e l’inoltro delle domande.

Gli enti locali interessati a rilevare a titolo gratuito uno dei suddetti beni immobili, dovranno indicare nella domanda la finalità e l’utilizzo che vorranno farne ed anche le risorse a ciò destinate. Queste valutazioni dovranno tenere in considerazione tre elementi connessi tra loro: il livello di manutenzione del bene, le finalità di utilizzo e la possibilità di attivare forme di partenariato pubblico privato.

Dopo aver ricevuto l’esito della domanda da parte dell’Agenzia del Demanio, che ha massimo 60 giorni per esprimersi, gli immobili verranno trasferiti agli enti locali con la riserva di doverli utilizzare entro tre anni dal trasferimento, altrimenti ritorneranno proprietà dello Stato.

Se vi saranno, per il medesimo immobile, più richieste di attribuzione da parte di più livelli di governo territoriale,in virtù del principio di sussidiarietà edi territorialità, il bene sarà attribuitoai Comuni e alle Città metropolitane e solo successivamente alle Province e alle Regioni. Tuttavia, se i beni sono già utilizzati, la priorità sarà  riconosciuta all’Ente utilizzatore.

 

Una volta acquisito il bene, l’ente avrà anche la possibilità di alienare l’immobile. In questo caso, una volta avviata la procedura, il 75% del ricavato sarà incassato dall’ente stesso che dovrà usarlo prioritariamente per ridurre l’indebitamento (o in assenza di debito, per spese di investimento). Il restante 25%, invece, sarà destinato al Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato.

Inoltre, le Commissioni del Senato hanno introdotto una nuova disposizione, sempre per quanto riguarda la quota di fondi da destinare al Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato. Infatti, per contribuire alla stabilizzazione finanziaria e per promuovere iniziative volte allo sviluppo economico ed alla coesione sociale, tenuto conto dell’eccezionalità della nostra situazione economica e considerando le esigenze prioritarie di riduzione del debito pubblico, si destina al Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato, il 10% delle risorse nette derivanti dalla alienazione dell’originario patrimonio immobiliare disponibile degli enti territoriali, a meno che una percentuale uguale o maggiore non sia da destinare per legge alla riduzione del debito del medesimo ente.  Al contrario, per quanto riguarda la quota da non destinare al Fondo, resta fermo quanto previsto dall’art. 1 comma 443 della legge n. 228/2012, che dispone l’esclusiva destinazione dei proventi derivanti da alienazioni di beni patrimoniali disponibili, alla copertura di spese di investimento ovvero, in assenza di queste o per la parte eccedente, per riduzione del debito.

Il decreto del fare, dunque, accelerando i tempi per l’attuazione del federalismo demaniale, restituisce gli immobili agli enti locali che, in questo modo, possono gestire il loro patrimonio in maniera più efficiente, sia nella valorizzazione che nell’alienazione dei beni.

Infatti gli Enti locali non devono più considerare il loro patrimonio quale mero complesso di beni di cui deve essere assicurata esclusivamente la conservazione (visione statica), ma quale strumento strategico della gestione finanziaria, ovvero come complesso di risorse che l’Ente può utilizzare in maniera ottimale per valorizzarlo, per migliorare il perseguimento delle proprie finalità d’erogazione di servizi e di promozione economica, sociale e culturale della collettività di riferimento (visione dinamica).

In tal senso, una corretta gestione del patrimonio può essere considerata un valido strumento che potrà permettere agli Enti locali, attraverso un’attenta politica di dismissioni e un aumento della redditività dei beni dati in concessione o locati a terzi, di rientrare da squilibri finanziari, di costituire una concreta garanzia per la remissione di prestiti obbligazionari,  di avere accesso a nuove fonti di finanziamento per far fronte sia ad esigenze temporanee, che a programmi di più lunga durata, attraverso la costituzione di fondi immobiliari.

Tuttavia, questa diversa e più ampia concezione delle funzioni del patrimonio richiede, sul fronte operativo, da uno lato una maggiore “cultura” e sensibilizzazione su queste tematiche da parte di tutti coloro che lavorano e si occupano in qualsiasi forma della gestione patrimoniale (amministratori elettivi, funzionari, organi di revisione, consulenti esterni, ecc.); dall’altro lato, invece, sarà necessario rivedere e riorganizzare i servizi e gli uffici dell’Ente.

Vediamo nello specifico a quanto ammonta il valore del patrimonio pubblico.

Le attività di ricognizione compiute sul patrimonio immobiliare nazionale hanno dimostrato che circa il 20% sono di proprietà delle Amministrazioni centrali restando per l’80% di pertinenza degli Enti territoriali per un ammontare pari circa 350 miliardi di euro.

La parte più consistente è posseduta da:

  • Comuni (227 miliardi);
  • Regioni (11 miliardi);
  • Province (29 miliardi).

Una parte molto rilevante è poi rappresentato da:

  • Patrimonio delle ASL, per un valore pari a oltre 25 miliardi di euro.
  • Patrimonio dell’Edilizia Residenziale Pubblica, gestito da 110 Enti territoriali, che consta di oltre 1 milione di appartamenti, pari ad un valore che oscilla tra i 50 e i 150 miliardi di euro.

A questo ingente patrimonio poi si aggiunge:

  • ·         la parte libera, inutilizzata o affittata a terzi, è stimata in via prudenziale in circa il 3-5% del totale, pari ad un valore di mercato di 20-40 miliardi.
  • la parte dell’Edilizia Residenziale Pubblica, che non ha più le finalità sociali per le quali era stata costruita e che recentemente è stata stimata dalla Corte dei Conti in almeno il 60% del totale.

In sostanza, gli Enti territoriali, attraverso l’acquisizione e la successiva valorizzazione e/o dismissione di immobili non strumentali, potranno recuperare risorse (stimabili in linea molto generale) che vanno da un minimo di 2 ad una massimo di 5 miliardi di euro all’anno: un ammontare piuttosto significativo.

Va tuttavia evidenziato come questo processo potrebbe richiedere tempi lunghi, in quanto spesso gli Enti si trovano a dover affrontare numerose difficoltà nella gestione del patrimonio immobiliare. In genere, le più frequenti sono:

1)      L’Ente non riesce ad avere una visione unitaria della gestione del patrimonio; difficilmente si hanno indicazioni di sintesi sull’entità, la consistenza ed il valore del patrimonio. Molto spesso le uniche informazioni che si possiedono sono frammentate, seppur di dettaglio;

2)      E’ diffusa la prassi generalizzata delle politiche d’emergenza sul patrimonio, ovvero l’Ente procede con un insieme d’interventi di estrema urgenza e non programmati sul patrimonio esistente;

3)      Impossibilità di realizzare una vera e propria autonomia economica e patrimoniale. Infatti, pur potendo destinare parte del patrimonio verso obiettivi di realizzazione di reddito, non si può non considerare che gli enti pubblici devono garantire in primo luogo il perseguimento degli interessi collettivi a discapito di quelli reddituali.

In sostanza si può affermare che nella maggior parte dei casi, manca, pur nell’ambito di Enti  evoluti sotto il profilo organizzativo, un raccordo costante tra la struttura preposta alla gestione del patrimonio e gli altri servizi (finanziario, tecnico, urbanistica, ecc.), che consenta in concreto quella valutazione globale degli interventi necessari.

Da qui l’esigenza di una particolare attenzione sia dei servizi di controllo interno, che degli organi di revisione, soprattutto per  quei fenomeni che possono avere un’incidenza negativa sui procedimenti, sull’attività e sui risultati complessivi della gestione del patrimonio immobiliare (occupazioni senza titolo, comodati d’uso ingiustificabili, individuazione non imparziale dei potenziali fruitori dei beni, canoni irrisori, situazioni di degrado e perdita totale degli immobili per mancata programmazione di interventi di manutenzione, alienazioni a prezzi inferiori a quelli di mercato. ecc.).

 

 

 

GIULIA DOMINICI

Share

About Author

Tiziana Flenghi

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *