EE.LL./Territorio — 10 settembre 2013

La scelta di puntare su una nuova configurazione del governo locale basato sulle città metropolitane (nove, coincidenti con le province di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria, con la città di Roma cui è dedicata apposita disciplina in quanto somma le caratteristiche di città metropolitana e capitale) con possibilità, dopo almeno 3 anni dalla data di effettiva operatività (1 luglio 2012, dopo un primo semestre, a partire dal 1 gennaio 2014 per l’approvazione dello statuto), di svolgere elezioni a suffragio universale e con l’attribuzione di rilevanti poteri in materia di strategia e pianificazione  territoriale in materia urbanistica, infrastrutturale, di mobilità e di viabilità, e sulle unioni di Comuni, costituite obbligatoriamente per i Comuni con popolazione inferiore ai 5.000 abitanti (3.000 se appartengono a Comunità Montane) e facoltativamente ma con l’attribuzione di tutte le funzioni proprie degli Enti Locali, per i Comuni fino a 5.000 abitanti, relega le nuove Province ad un ruolo indubbiamente residuale.

Non solo esse perdono il ruolo originario e storico di istituzioni di diretta rappresentanza territoriale di “area vasta” ma assumono la veste di referenti/ricettori dei Sindaci del territorio ai quali è affidato, tra l’altro, il compito come organo di secondo grado (Assemblea dei Sindaci) di eleggere il Presidente e, dopo tre anni con previsione statutaria, anche di eleggere il Consiglio Provinciale comunque sempre rappresentato da Sindaci (quelli con più di 15.000 abitanti) e dai Presidenti delle Unioni, con più di 10.000 abitanti.

Anche riguardo alle funzioni il DDL opta per un disegno riduttivo e minimalista, in gran parte coincidente con le funzioni tradizionali (rete scolastica provinciale, trasporti, strade provinciali, ambiente e pianificazione territoriale) ma solo con la formula del “coordinamento” e della “programmazione” (soluzioni alquanto equivoche che sono suscettibili di sovrapposizione o di dubbia interpretazione) e con privazione di ogni potere gestionale (per intenderci a proposito di rete ”scolastica”, si parla di “programmazione”e non di costruzione!

Tutte le altre funzioni, sono trasferite ai Comuni o alle Unioni ovvero alle Regioni o possono essere delegate dai Comuni e dalle Unioni ovvero dalle Regioni.

E’ questa, in estrema sintesi, la nuova realtà istituzionale che il DDL riserva alle Province e, forse, anche per questo sembrano giustificate le riserve con cui è stata accolta questa parte di riforma.

A parte lo scarso peso delle competenze conferite che oltretutto risultano in parte troppo generiche e, troppo dipendenti dal principio di sussidiarietà così come sarà interpretato dalle Regioni, dai Comuni e dalle relative Unioni, non viene affrontato uno dei problemi strutturali più importanti dell’Ente di “area vasta”e cioè il criterio della dimensione territoriale.

Non è certo sufficiente, a questo proposito, l’accenno alla scomposizione del territorio delle città metropolitane con il vincolo dell’opzione di almeno un terzo dei comuni (entro il 28 febbraio 2014) a giustificare l’esistenza di un organo istituzionale che comunque sia, deve poter unire territori di per se omogenei ed economicamente integrabili  e potenzialmente in grado di fornire prospettive di sviluppo; e ciò non sempre è possibile realizzarlo mediante opzioni volontarie.

Da qui il limite anche del procedimento ex art. 133 Cost. 1° comma (l’iniziativa dei singoli Comuni) richiamato come metodo “indeflettibile” anche dalla sentenza della Corte Costituzionale ma, in effetti non praticabile nell’ambito di una riorganizzazione generale e su larga scala.

Occorrerà pertanto attendere la soluzione organica della legge Costituzionale che ridisegni l’assetto dei poteri locali, non essendo sufficiente l’eliminazione delle Province (e delle Città Metropolitane) come organo costituzionale necessitando all’uopo l’indicazione di un coordinamento tra le competenze dello Stato e delle Regioni in tema di enti intermedi in modo che le regioni si ispirino a criteri oggettivi per la determinazione degli ambiti ottimali di riferimento per la costituzione dei suddetti Enti e per la gestione dei relativi servizi.

Su questo punta il DDL del Governo ha preferito, al momento, rinviare la decisione di optare in proposito agli ambiti territoriali ottimali, per forme intercomunali gestite dalle Unioni di Comuni ovvero per entità di “area vasta” coincidenti o meno con le nuove Province, gestite dai Comuni dell’ ambito.

Il rinvio è giustificato dal governo dalla necessità “ del riordino della caotica situazione oggi esistente rispetto agli innumerevoli diversi ambiti intermedi di gestione di funzioni statali e spesso regionali”.

Si tratta dunque di un disegno di legge di riforma istituzionale dichiaratamente incompleto, in cui le nuove Province non appaiono giustificare del tutto la loro esistenza non evidenziandovi l’incisività del loro ruolo in ambiti territoriali definiti ed ottimali.

Risulta invece assai ben definito il ruolo istituzionale e le funzioni delle Città Metropolitane e la valorizzazione delle Unioni dei Comuni.

Se su questo punto il DDL insiste su un canovaccio già  scritto (vedi il DL n. 78/10), così come erano già emerse le disposizioni per la facilitazione delle fusioni tra Comuni, ciò che emerge come la vera novità, è il contesto giuridico-normativo di cui è costituita la previsione  delle Città Metropolitane.

Dopo 23 anni dalla loro previsione formale nella riforma del tit.V Costituzione, il Governo ha sentito l’obbligo di “fare sul serio” riguardo la definizione di questo ente intermedio che, sebbene non sia più elencabile come organo costituzionale, privilegio riservato allo Stato, alle Regioni ed ai Comuni, risulta concepito come Ente avente chiara ed incisiva prospettiva istituzionale.

Le Città Metropolitane agiscono solo temporaneamente con le funzioni attribuite alle vecchie Province ma poi, sulla base dell’autonomia statutaria, sono disegnati come organi di coordinamento e di programmazione dello sviluppo economico dell’intero ambito territoriale di competenza.

A questo proposito la relazione del governo al DDL definisce questa scelta una vera e propria missione affidata alle Città Metropolitane; essa è quella “ di porsi in qualche modo alla testa della ripresa dello sviluppo e del rilancio del nostro sistema economico e produttivo sul presupposto, che queste aree costituiscono i nodi portanti del nostro sistema di servizi, della nostra rete di trasporti sia via terra che via mare e cielo, delle nostre attività più innovative”.

Scelta istituzionale indubbiamente chiara e coerente rispetto ai dati oggettivi (“ più della metà della popolazione italiana vive nelle Città Metropolitane, e più della metà del PIL annuale è prodotto in queste aree”, si legge nella relazione governativa) ma, proprio per questo, e per la corrispondente debolezza istituzionale delle nuove Province anche a causa della genericità delle funzioni ad esse attribuite, può rappresentare un elemento di squilibrio del  delineato sistema delle autonomie in funzione di uno sviluppo economico che possa coniugare  la valorizzazione e l’efficienza delle “aree forti”, con la crescita, su basi territoriali ottimali, delle zone di “area vasta” di nuovo o di vecchio conio.

Nonostante le tinte opache che contraddistinguono il DDL in particolare con riferimento alla soluzione delle nuove Province, si tratta di un testo molto utile per la riforma delle autonomie locali se migliorato con la prospettiva di un equilibrio dei poteri locali e, per questo, se parte integrante di un vero e proprio ordinamento delle autonomie locali quale è il “codice delle autonomie”.

A conclusione, due annotazioni  utili al dibattito in corso:

–        è in discussione al Senato lo schema di regolamento in materia di “riorganizzazione della presenza dello Stato sul territorio sulla base di quanto previsto dall’art. 10 del DL n. 95/2012.

Esso prevede la valorizzazione della figura del Prefetto come rappresentante unitario dello Stato e di garanzia dei rapporti tra cittadini e Stato in ambito provinciale e del territorio delle Città Metropolitane.

–        Si è inserito nel dibattito come autorevole voce “fuori dal coro”il Prof. De Rita che, sul Corriere della Sera (1 agosto 2013), scrive “nessuno ha ricordato che la potenziale dell’identità provinciale (….) è un disinvestimento pericoloso in una società la cui crisi antropologica si basa essenzialmente sull’esplosione di un individualismo che si gloria di vivere senza appartenenze”.

 

Anche questi elementi suggeriscono che forse è necessario un ulteriore tempo di riflessione che sia utile ad una visione equilibrata ed organica per una vera riforma delle autonomie locali.

 

GIORGIO LOVILI

Share

About Author

Tiziana Flenghi

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *