EE.LL./Territorio — 29 marzo 2016

di Chiara Burgio.

Con la determinazione n. 12 del 28/10/2015 l’ANAC ha pubblicato l’“Aggiornamento 2015 al Piano Nazionale Anticorruzione” nel quale ha fornito diverse indicazioni metodologiche circa  i contenuti minimi che il Piano deve contenere.

Nella determinazione succitata infatti, l’ANAC riporta i risultati dell’analisi effettuata su un campione di 1.119 Piani di differenti Enti Pubblici, analizzati al fine di monitorare l’effettiva applicazione della normativa nonché la qualità dei documenti prodotti. I risultati di quest’analisi -che sono stati pubblicati in maniera analitica il 29 dicembre 2015- fanno emergere una situazione ampiamente deludente poiché se nella forma moltissimi enti hanno adottato un Piano, la maggioranza dei casi in realtà non è altro che un mero adempimento poiché al loro interno non sono stati inseriti i contenuti necessari affinché l’applicazione del documento potesse essere un valido strumento per il contrasto e la prevenzione della corruzione.

L’ANAC tuttavia ha fatto un’analisi relativa al contesto dei dati ricavati da questa analisi, sottolineando come alcune delle cause di questo parziale fallimento possano risiedere nella mancata diversificazione degli adempimenti in tema di anticorruzione a seconda delle specificità dei destinatari: la 190/12 si applica infatti in maniera uguale per tutti gli Enti Pubblici, senza distinzione di potere centrale o locale, dimensione e finalità. Probabilmente le riforme in cantiere (in primis la Riforma Madia con i suoi decreti attuativi) affronteranno il problema al fine di fornire strumenti efficaci per il perseguimento degli obiettivi previsti dalla normativa, fino ad allora le disposizioni in tema di prevenzione della corruzione e Piani Triennali restano le stesse con qualche piccola modifica apportata appunto dalla determinazione n. 12.

Nella seconda parte del documento difatti vengono forniti degli approfondimenti in due aree che sono risultate essere quelle più critiche: l’area di rischio dei contratti pubblici e la sanità. La prima è una delle aree a rischio individuate da subito nella normativa anticorruzione ed il focus di approfondimento della deliberazione ANAC non fa che confermare l’importanza di una corretta analisi e mappatura degli eventi a più elevato rischio di questa area. Si tratta infatti di un’area comune a tutti gli Enti Pubblici, poiché tutti indipendentemente dalla grandezza e dal soggetto destinatario dell’azione pubblica, effettuano contratti di varia natura.

Il settore della Sanità pubblica è al centro da anni di grandi tentativi di riforma e di altrettanti scandali legati alla mala amministrazione e pertanto risulta legittimo il focus di approfondimento curato dall’ANAC.

La cronaca nazionale mette costantemente in risalto i casi di mala amministrazione, a partire dai dipendenti assenteisti, passando per quelli che dopo aver timbrato uscivano per fare attività ben lontane da quelle di servizio, fino alla sempre presente concussione. Questa esposizione mediatica contribuisce alla formazione dell’indice di percezione della corruzione (CPI), che è un indicatore statistico pubblicato da Transparency International, a partire dal 1995, con cadenza annuale. L’indice viene utilizzato per creare una graduatoria dei paesi del mondo ordinata sulla base “dei loro livelli di corruzione percepita, come determinati da valutazioni di esperti e da sondaggi d’opinione”. L’organizzazione definisce la corruzione come “l’abuso di pubblici uffici per il guadagno privato” quindi una definizione più ampia rispetto a quella del Codice Penale. Sono stati pubblicati a fine gennaio i risultati rispetto all’annualità 2015 e l’Italia si posiziona al fondo della classifica: penultima in Europa e 61esima nel mondo. In Europa peggio solo la Bulgaria e ciò significa che nonostante tutti i tentativi fatti in quest’anno (la Legge Severino, i numerosi accordi siglati tra l’ANAC e soggetti terzi come  EXPO Milano od il Comune di Roma in occasione del Giubileo) la strada è ancora lunga. C’è molta attesa nei confronti dei decreti attuativi della Riforma della Pubblica Amministrazione che andranno probabilmente a modificare la struttura dei PTPC, diversificandola a seconda dell’Ente pubblico di riferimento. Non sarà tuttavia sufficiente attendere l’introduzione di questi decreti che rischiano di rimanere “mero adempimento” come le norme che li hanno preceduti. E’ necessaria una grande presa di coscienza sulle conseguenze che potrebbero verificarsi se l’argomento non verrà affrontato con la giusta forza. Il futuro passa da questi dati e dalla reputazione dell’Italia all’Estero: nessuno vuole investire in un Paese che ha una brutta reputazione; d’altronde non è la stessa cosa che facciamo anche noi nel nostro piccolo quando il sabato sera dobbiamo scegliere in quale pizzeria andare, e ci affidiamo al giudizio degli utenti di Tripadvisor?

 

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Tiziana Flenghi

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