News in pillole Personale PA — 30 settembre 2015

di UMBERTO IMPERI-

Nel 2012 con due interventi della Corte dei Conti era stata riaperta la discussione sul rimborso delle spese legali agli amministratori locali, assolti in via definitiva in procedimenti penali scaturiti nell’esercizio delle funzioni svolte.
Vale la pena di sottolineare che, ad intervenire in materia a favore dell’ammissibilità di tale rimborso, atteso il vuoto normativo su cui si dirà in seguito, era stata la Corte dei Conti, organo competente a sindacare la responsabilità contabile a tutela della finanza pubblica.
Il primo intervento era stato rappresentato dal parere n. 86/2012 della Sezione Lombardia, che trovava il fondamento del diritto al rimborso delle spese legali a favore degli amministratori locali nell’istituto civilistico del mandato ( art. 1720 C.C. ).
Il secondo intervento era stato rappresentato dalla sentenza 787/2012 della Corte dei Conti, Sezione Puglia, che confermava l’applicabilità per analogia dell’istituto del mandato agli amministratori locali.
Il principio di diritto affermato era che quest’ultimi non devono sopportare ulteriori costi e quindi subire danni per fatti connessi ai compiti istituzionali.
Per la Corte dei Conti il vuoto normativo in materia era solo apparente, perché il sistema giuridico italiano affida al giudice la ricerca della norma da applicare in ragione della completezza dell’ordinamento.
Nella fattispecie la norma da applicare era l’art. 1720 del Codice Civile, in base al quale il mandante deve rimborsare i danni che il mandatario subisce a causa dell’incarico, e questa disciplina si applica agli amministratori locali quando ricorrono i seguenti presupposti:
a)    Conclusione del procedimento con sentenza di assoluzione con formula piena;
b)    Assenza di conflitto d’interessi;
c)    Presenza di un nesso causale tra attività esercitata e fatti giuridicamente rilevanti;
d)    Condivisione preventiva del legale scelto da parte della P.A.
In passato si erano registrati orientamenti giurisprudenziali contrastanti, fino all’emanazione della sentenza n. 10052/2008 della Prima Sezione della Corte di Cassazione Civile e della successiva sentenza n. 12645/2010, con le quali la Suprema Corte aveva di fatto sancito l’impossibilità del rimborso delle spese legali con le seguenti motivazioni:
“non pertinenza di un richiamo all’analogia per sostenere la rimborsabilità delle spese degli amministratori comunali, con conseguente applicabilità della disciplina del mandato alla fattispecie de qua, perché il procedimento analogico risulta correttamente evocabile quando emerga un vuoto normativo nell’ordinamento, vuoto che nella specie non è configurabile, atteso che il legislatore si è limitato a dettare una diversa disciplina per due situazioni non identiche fra loro, e la detta diversità non appare priva di razionalità, atteso che gli amministratori pubblici non sono dipendenti dell’ente ma sono eletti dai cittadini, ai quali rispondono (e quindi non all’ente) del loro operato.
Ne discende, pertanto, che “in ordine… alla pretesa applicabilità della disciplina in tema di mandato, l’art. 1720 c.c. non risulta applicabile, sia perché il danno risarcibile presupporrebbe un comportamento incolpevole…, sia perché le spese di difesa non sono legate all’esecuzione del mandato da un nesso di causalità diretta, collocandosi fra i due fatti un elemento intermedio, dato dall’elevazione di un’accusa poi rivelatasi infondata”. Orbene, il supposto o reale vuoto normativo, ora è stato colmato dall’art. 7 bis della legge 6 agosto 2015, n. 125 di conversione del decreto-legge 19 giugno 2015, n. 78, che sostituisce il comma 5 dell’art. 86 del testo unico degli enti locali ( d. lgs. 267/2000) come segue:
” 5. Gli enti locali di cui all’articolo  2  del  presente  testo unico, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, possono assicurare i  propri  amministratori  contro  i  rischi conseguenti all’espletamento del loro mandato. Il rimborso delle spese legali per  gli amministratori locali e’ ammissibile, senza nuovi  o  maggiori oneri per la finanza  pubblica, nel limite massimo dei parametri stabiliti dal decreto di cui all’articolo 13, comma 6, della legge 31 dicembre 2012, n. 247, nel caso di conclusione del procedimento con sentenza di assoluzione o di emanazione di un provvedimento di archiviazione, in presenza dei seguenti requisiti:
a)assenza di conflitto di interessi con l’ente amministrato;
b)presenza di nesso causale tra funzioni esercitate e fatti giuridicamente rilevanti;
c)assenza di dolo o colpa grave

Quindi finalmente gli amministratori comunali potranno vedersi rimborsate le spese legali sostenute alle condizioni dettate dalla norma sopra citata e i giudici applicheranno la stessa senza acrobazie per riaffermare in pieno un diritto inviolabile degno di una civiltà giuridica.

 

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Tiziana Flenghi

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