News in pillole — 30 settembre 2015

di GIULIA COLLETTI

 

Il più generale diritto al contraddittorio è stato molte volte affrontato dalla giurisprudenza in relazione, tendenzialmente, a contenziosi tributari riguardanti le imposte sui redditi[1]. Tale diritto del contribuente è garantito dalla Carta costituzionale, dovendosi intendere come prima manifestazione del diritto di difesa di ogni cittadino[2].

Nei rapporti tra fisco e contribuente il contraddittorio dovrebbe rappresentare la base del leale rapporto di collaborazione che intercorre tra i due soggetti, ma l’utilizzo del condizionale è d’obbligo se si parla di tale diritto nel sistema fiscale nazionale. Difatti una delle peculiarità che caratterizza il sistema tributario italiano è spesso la contraddizione che si rinviene tra i soggetti coinvolti, ovvero fisco-giudice-contribuente. Spesso, il rapporto tra amministrazione finanziaria e contribuente è sbilanciato nei confronti della prima, la quale, a volte, è sostenuta dal giudice tributario. Tale situazione è riscontrabile in numerose sentenze delle Commissioni tributarie, che solo di recente stanno recependo orientamenti già datati della Suprema Corte di Cassazione[3]. Da ultimo, il Giudice di Legittimità è intervenuto sul tema con la sentenza 132 dell’8 luglio 2015.

Con la recente pronuncia, la Corte Costituzionale si è espressa sul giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 37-bis, comma 4 del DPR 600/1973 sollevato dalla Corte di Cassazione. Il caso riguardava un avviso di accertamento che la CTR del Lazio aveva annullato poiché la notifica dell’atto era avvenuta prima dello scadere del termine dei 60 giorni dal momento in cui il contribuente aveva ricevuto richiesta di chiarimenti. Il contribuente, lamentando il mancato rispetto del comma 4 del suddetto articolo 37-bis, ha ritenuto leso il proprio diritto al contraddittorio ed ha richiesto la nullità dell’atto impositivo emesso dall’amministrazione finanziaria.

Orbene, è doveroso ricordare che in altri casi simili, l’amministrazione ha sempre sostenuto che tale motivo di nullità sia irrilevante rispetto alla finalità della norma anti elusiva. Ovvero, ha ritenuto dare prevalenza a contrastare il fenomeno elusivo. La posizione dell’Agenzia delle entrate è stata a volte sostenuta in sede di giudizio, mentre non lo è stata in altre. L’orientamento giurisprudenziale infatti non era mai stato così chiaro come adesso, dopo tale ultima pronuncia di legittimità del luglio scorso. E’ merito del giudice di Legittimità se da questa pronuncia in poi, sarà doveroso per i soggetti interessati dare effettività agli strumenti di difesa del contribuente, quindi al diritto al contraddittorio. Si ritiene che tra i soggetti interessati debbano ricomprendersi anche gli Enti locali e non solo l’Amministrazione finanziaria. Quest’ultima considerazione può non essere così superflua, ma sicuramente può essere ben motivata.

Rewind. Lo statuto del contribuente, all’articolo 6 comma 2, sancisce che “L’amministrazione deve informare il contribuente di ogni fatto o circostanza a sua conoscenza dai quali possa derivare il mancato riconoscimento di un credito ovvero l’irrogazione di una sanzione, richiedendogli di integrare o correggere gli atti prodotti che impediscono il riconoscimento, seppure parziale, di un credito”  ed ancora, al comma 5 “Prima di procedere alle iscrizioni a ruolo derivanti dalla liquidazione di tributi risultanti da dichiarazioni, qualora sussistano incertezze su aspetti rilevanti della dichiarazione, l’amministrazione finanziaria deve invitare il contribuente, a mezzo del servizio postale o con mezzi telematici, a fornire i chiarimenti necessari o a produrre i documenti mancanti entro un termine congruo e comunque non inferiore a trenta giorni dalla ricezione della richiesta. La disposizione si applica anche qualora, a seguito della liquidazione, emerga la spettanza di un minor rimborso di imposta rispetto a quello richiesto. La disposizione non si applica nell’ipotesi di iscrizione a ruolo di tributi per i quali il contribuente non e’ tenuto ad effettuare il versamento diretto. Sono nulli i provvedimenti emessi in violazione delle disposizioni di cui al presente comma”. Dal disposto normativo del 2000 è chiaro che il Legislatore abbia voluto sancire chiaramente la possibilità del contribuente di fornire spiegazioni da un lato, e dall’altro abbia richiamato l’amministrazione ad informarlo di qualunque atto nei suoi confronti.

 

Nel caso specifico dei tributi locali, non vi è una novella diretta a disciplinare il contraddittorio e perciò- spesso- molti hanno ritenuto non applicabile alcuna sanzione di nullità, ne di altro tipo, per accertamenti emanati senza contraddittorio.

Sia in dottrina che in giurisprudenza, le posizioni contrastanti sono state pacificate da una pronuncia delle Sezioni Unite della Cassazione, le quali nel 2014, con la sentenza 19667 hanno sancito che il diritto al contraddittorio è un “principio fondamentale immanente nell’ordinamento cui dare attuazione anche in difetto di una espressa e specifica previsione normativa”, per cui anche i giudici di Cassazione confermano la centralità del contraddittorio e si avviano, almeno da un punto di vista procedimentale, a tutelare i diritti del contribuente. Dello stesso orientamento, si segnala un’ulteriore pronuncia della CTR Lazio, dove i giudici regionali hanno sentenziato con declaratoria di nullità l’atto di accertamento proprio in forza della mancata attivazione del contraddittorio preventivo. Quest’ultimo orientamento è in linea con quanto espresso dalle Sezioni unite della Corte di Cassazione – e non solo, dovendo obbligatoriamente tenere in considerazione le pronunce della Corte di Giustizia- rispetto al diritto al contraddittorio che necessita di essere sempre reso nella fase precedente dell’atto impositivo e assolutamente legittimo anzi, a parere di chi scrive, doveroso.

I suddetti richiami giurisprudenziali, rinforzano la tesi per cui anche gli Enti Locali hanno il “dovere” di attuare il contraddittorio nella fase antecedente l’accertamento. E’ a tal fine che la suddetta sentenza della Corte Costituzionale merita rilievo, poiché finalmente non possono crearsi ulteriori dubbi sull’immanente principio del diritto al contraddittorio nell’ordinamento tributario. Ordinamento che, con il rinforzo della Carta Costituzionale e i principi del diritto europeo[4], ha l’obiettivo di creare sempre un rapporto di leale collaborazione tra fisco e contribuente.

 

 


[1] Cass. civ., sez. trib., 11-05-2012, n. 7393; CTP. Genova, 24-01-2011, n. 2.; CTP. Milano, 21-02-2011, 54; CTR. Lombardia, 16-01- 2012, n. 2. ;Cass. civ., sez. trib., 19-10-2012, n. 17949

[2] Art. 24, co. 2, Cost. “La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento.

[3]Cass., Sez. Un., sent., 19/07/13, n. 18184: “l’invalidità dell’avviso di accertamento emanato prematuramente, quale effetto del vizio del relativo procedimento, costituito dal non aver messo a disposizione del contribuente l’intero lasso di tempo previsto dalla legge per garantirgli la facoltà di partecipare al procedimento stesso, esprimendo le proprie osservazioni (che l’Ufficio è tenuto a valutare, come la norma prescrive), cioè di attivare, e coltivare, il contraddittorio procedimentale. La “sanzione” della invalidità dell’atto conclusivo del procedimento, pur non espressamente prevista, deriva ineludibilmente dal sistema ordinamentale, comunitario e nazionale, nella quale la norma opera […]”.

[4]il rispetto dei diritti di difesa costituisce un principio generale del diritto comunitario, che trova applicazione ogniqualvolta l’amministrazione si proponga di adottare nei confronti di un soggetto un atto per esso lesivo, con la conseguenza che i destinatari di decisioni che incidono sensibilmente sui loro interessi devono essere messi in condizione di manifestare utilmente il loro punto di vista”(Corte di Giustizia UE, sent18/12/08, C-349/07); “è diritto fondamentale dopo l’istruttoria, qualsiasi istruttoria, prima del provvedimento di accertamento “ (Corte di Giustizia UE, sent., 22/10/13, C-276/12)

 

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Tiziana Flenghi

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