di FABIANO CROVETTI

 

È di strettissima attualità la riforma del Codice degli Appalti (D.Lgs. n. 163/2006 e s.m.i.) la quale è in discussione nelle aule parlamentari da diversi mesi. La legge delega oggetto di elaborazione da parte del Legislatore è finalizzata al recepimento, nel nostro ordinamento delle Direttive Comunitarie n. 23, 24 e 25 del 2014 nonché alla semplificazione di un corpus normativo il quale sta mostrando sempre di più i propri limiti, attesa la complessità della disciplina vigente e le innumerevoli modifiche (spesso contraddittorie) a cui è stata sottoposta fin dalla sua entrata in vigore.

Invero, la vigente normativa in tema di appalti pubblici è disciplinata da oltre 600 articoli di legge che rendono la materia, oltre che di difficile applicazione, permeabile ad interpretazioni non aderenti alla volontà del Legislatore ovvero a condotte finalizzate all’elusione della stessa fino a quelle che celano reati quali corruzione, concussione, turbativa d’asta.

Pertanto, la semplificazione delle norme ed una maggiore chiarezza delle stesse rappresenta un obiettivo da perseguire fino in fondo in quanto la certezza e la semplicità normativa rappresentano un valido antidoto a condotte poco trasparenti nonché consentono un risparmio in termini di durata delle procedure con benefici di natura economica e di qualità delle prestazioni rese.

Naturalmente la semplificazione non può essere considerata il solo strumento di contrasto dei comportamenti illeciti in materia di appalti pubblici, ma può bene essere considerato come l’architrave di un sistema nuovo, più trasparente ed efficace. Proprio in chiave di semplificazione, in questi giorni è in discussione l’abrogazione del Regolamento attuativo del Codice degli Appalti ossia del D.P.R. n. 207/2010.

Di tale abrogazione si è iniziato a discutere a partire dalla fine del mese di agosto e appare, al momento, come un nuovo pilastro della riforma. Invero, l’attuale regolamento, secondo quanto si apprende dai lavori parlamentari, verrebbe sostituito con delle Linee Giuda elaborate dall’ANAC le quali costituirebbero una sorta di soft law ossia di linee d’indirizzo interpretative ed attuative a cui gli operatori pubblici e privati si devono attenere.

Sul punto, l’ANAC avrebbe già mostrato di essere disponibile, tuttavia, da un punto di vista giuridico si aprono diverse questioni che devono trovare una risposta coerente con i principi del nostro ordinamento.

Una prima questione è rappresentata dalla legittimità di carattere generale che tali linee guida potranno avere nell’ambito delle applicazioni dello stesso, atteso che gli orientamenti giurisprudenziali espressi dalla magistratura amministrativa sono spesso difformi dai pareri e dalla interpretazioni elaborati dall’ANAC in materia di appalti; una seconda questione è più strettamente operativa ed afferisce al coordinamento dei diversi poteri che potrebbero essere affidati all’ANAC la quale, oltre alle funzioni che già oggi ricopre, si ritroverebbe anche la potestà di regolamentazione del sistema degli appalti pubblici. Alla luce di ciò, non resta che aspettare l’evoluzione dei lavori parlamentari con la speranza che gli obiettivi di semplificazione e di chiarezza normativa siano raggiunti al fine di ottenere una disciplina di coerente ed in grado di rispondere veramente alle esigenze delle Pubbliche Amministrazioni e più in generale del sistema paese.

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Tiziana Flenghi

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